Epatite C (HCV)

Il progetto punta ad uno screening di 4.000 pazienti, con più di 60 anni d’età, con test Ab-HCV nelle nostre 5 sedi nella provincia di Pesaro-Urbino.

1. MONTECCHIO di Vallefoglia (SEDE LEGALE, LABORATORIO e PUNTO PRELIEVO) – Via Giacometti, 36
2. FANO (LABORATORIO E PUNTO PRELIEVO) – Via del Risorgimento, 6/A
3. CALCINELLI di Colli al Metauro (LABORATORIO E PUNTO PRELIEVO) – Viale Oriani, 35
4. PESARO (PUNTO PRELIEVO) – Via del Novecento, 17
5. MAROTTA di Mondolfo (PUNTO PRELIEVO) – Via IV Novembre, 33

Attraverso un counseling ad hoc che prevederà un piccolo questionario, verrà proposto uno screening volontario agli utenti al di sopra dei 60 anni, che giungeranno da Giugno 2021 nelle nostre sedi, evitando i pazienti affetti da HCV già trattati in precedenza con DAAs di ultima generazione.

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RAZIONALE SCIENTIFICO

L’efficacia dei farmaci antivirali ad azione diretta (DAA) nel trattamento dell’infezione cronica da virus dell’epatite C (HCV), sta orientando il dibattito scientifico su tematiche riguardanti l’equità di accesso e la possibile eradicazione del virus.
La terapia con DAA è in grado di curare oltre il 95% delle persone con infezione cronica da HCV riducendo il rischio di morte per epatocarcinoma e cirrosi. Tuttavia, nonostante l’efficacia di questi trattamenti, l’accesso alla diagnosi e al trattamento per HCV non risulta omogeneo nelle differenti regioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Secondo i dati dell’OMS, nel 2015 solo il 7% dei 71 milioni di persone con infezione cronica da HCV (WHO, 2017b) ha avuto accesso alle cure.

Nella Regione europea, circa 14 milioni di persone risultano ancora cronicamente infette (WHO, 2018).

Diversamente dalla maggior parte delle malattie trasmissibili, il Global Burden delle epatiti virali è aumentato tra il 1990 e il 2013.

In particolare, secondo i dati dell’Institute for HealthMetrics and Evaluation, di tutte le morti per patologie epatiche, circa il 77% risulta ascrivibile alla cirrosi e all’epatocarcinoma HCV correlato.

Secondo i dati dell’Eurostat, l’Italia si colloca al primo posto per il tasso più alto di mortalità per epatiti virali tra gli Stati membri dell’UE, con 40 morti per epatite virale per milione di abitanti (Eurostat, 2018).

A questo proposito, un recente studio italiano (Fedeli et al., 2017) condotto mediante l’analisi dei dati provenienti dal Registro nazionale delle cause di morte, ha messo in evidenza che nell’1,6% dei decessi avvenuti in persone di età ≥20 anni, è presente l’infezione da HCV (corrispondente a 27.730 decessi).

Il tasso di mortalità associato all’infezione da HCV aumenta esponenzialmente con l’età in entrambi i sessi e risulta maggiore nel Sud Italia, con il picco più elevato fra le persone anziane con età ≥60 anni.

Secondo i dati dell’OMS, a livello mondiale, meno del 5% delle persone con infezione cronica virale è a conoscenza del proprio stato. In circa l’80% delle persone, infatti, l’infezione decorre in maniera asintomatica e, di questi, circa il 60-80% sviluppa un’infezione cronica (WHO, 2017a) con conseguente evoluzione verso la cirrosi epatica e l’epatocarcinoma (HCC).

Sapendo che il trattamento con DAA è in grado di curare il 95% delle persone infette, la strategia di eradicazione illustrata dall’OMS prevede un notevole aumento delle diagnosi di infezione virale cronica, con il raggiungimento del 30% delle persone infette entro il 2020 e il 90% entro il 2030 (WHO, 2018). Secondo l’European Association for the Study of the Liver (2018), date le nuove opzioni terapeutiche che permettono l’eradicazione dell’infezione, l’enfasi di questa branca dell’epatologia deve essere volta a favorire l’attivazione di programmi di screening, le strategie diagnostiche mirate e un accesso alle cure sempre più ampio.

Fra le diverse strategie messe in evidenza dall’OMS per l’emersione del sommerso, è sottolineata l’importanza dello screening (WHO, 2016) a tutti i soggetti a rischio, inclusi tutti gli adulti nati tra il 1945 ed il 1964 (cosiddetti baby boomer), le persone che fanno uso di droghe sia iniettive che intranasali, i soggetti che hanno ricevuto trasfusioni di sangue, emoderivati o donazioni di organi prima degli anni ’90, i detenuti.
Se non individuate precocemente, le persone non a conoscenza del loro stato, che abbiamo visto rappresentare la quota maggiore, rimarranno tali con conseguente aggravamento delle loro condizioni cliniche e diffusione del virus nella popolazione.



BIBLIOGRAFIA

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